Thematic Content posted in Scriptures by Patrice Véraquin in Italiano on 06-20-2016

L'articolo di P. Cancian presenta una interessante introduzione sul vocabolario della misericordia nel Nuovo Testamento. Segue poi l'analisi di alcuni brani di Matteo e Luca rivolti a mostrare la centralità del messaggio della misericordia in questi due vangeli.

Il Vangelo della misericordia
Mons. Domenico Cancian

Author :

P. Domenico Cancian, fam
Fu professore all'istituto di teologia di Assisi. Adesso vescovo di Città di Castello.

Source :

Pubblicato sul Sito Wacom (World Apostolic Congress on Mercy)

Il vocabolario neotestamentario della misericordia

 

Il tema della misericordia non può essere ridotto ai testi nei quali ricorre esplicitamente questa parola; è utile tuttavia partire dalla precisazione dei tre termini greci che esprimono sostanzialmente il nostro concetto di misericordia.

 

1. Anzitutto tò éleos che ha come equivalente ebraico prevalente chèssed . Significa l’amore di Dio che con la creazione e con l’alleanza offre grazia, misericordia. Dio resta fedele anche quando il popolo tradisce, perché è il "Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà" (Es 34,6). 

Con Gesù si rivela pienamente la misericordia divina che ci salva. Gesù è la misericordia divina incarnata. Infatti è venuto a prendersi cura di noi, facendosi “in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso (eleémon) e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo (Eb 2,17; cfr. anche 4,15-16).

Forse troviamo la formulazione più alta in un passaggio della lettera a Tito che giustamente la liturgia propone a Natale. “E' apparsa infatti la grazia (cháris) di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini... Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini (philanthropía), egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia (éleos) mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia (cháris) diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna” (2,11; 3,4-7; cfr. 1 Pt 1,3).

Questo amore misericordioso è gratuito per tutti, sia giudei che pagani, perché tutti gli uomini sono peccatori e hanno bisogno di essere salvati. Paolo arriva a dire: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!” (Rm 11,32). L'apostolo stesso si sente uno che ha ottenuto misericordia da Dio, uno che è stato graziato dalla bontà del Signore in vista dell'apostolato (cfr. 1 Tm 1,12-17). Tutti gli uomini sono meritevoli d'ira, ma “Dio, ricco di misericordia (éleos), per il grande amore (agápe) con il quale ci ha amati (agapáo), da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,4-5). Nessuno quindi può vantarsi di nulla perché tutto è dono di Dio, tutto proviene dalla straordinaria ricchezza del suo amore misericordioso nei nostri confronti.

Con éleos si indica infine anche l'opera di misericordia, come appunto ha fatto il buon samaritano. In questo modo si partecipa alla beatitudine dei misericordiosi (cfr. Mt 5,7).

La lettera di Giacomo dichiara: “Il giudizio sarà senza misericordia (anéleos) contro chi non avrà usato misericordia (éleos); la misericordia (éleos) invece ha sempre la meglio sul giudizio” (2,13). E un po' più avanti afferma: “La sapienza che viene dall'alto è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia (éleos) e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia” (3,17).

 

2. Un altro termine importante è oiktirmós: significa la misericordia che si fa compassione. Paolo usa l'espressione “Dio padre delle misericordie” (cfr. 2 Cor 1,3) e in altro luogo esorta la comunità “per le misericordie di Dio” (cfr. Rm 12,1). Il senso è: “Dio è Padre dal quale proviene ogni misericordia di cui noi veniamo a beneficiare”.

I cristiani, di conseguenza, dovrebbero “rivestirsi di viscere di compassione (splánchna oiktirmoú)” (Col 3,12), dovrebbero avere “sentimenti di amore e di compassione (splánchna kaì oiktirmói) (Fil 2,1).

 

3. Infine il termine tà splánchna, corrispondente abbastanza preciso dell'ebraico rachamìm, indica le interiora (cuore, fegato, polmoni) degli animali offerti in sacrificio; significa anche il grembo della donna; infine, nell'uso metaforico, vuol dire l'amore viscerale o sviscerato della madre, ma anche del padre (cfr. Is 63,7.15), del fratello (cfr. Gn 43,30). Si tratta del legame di sangue che unisce i parenti stretti con la forza dell'istinto vitale e affettivo, non controllato dalla ragione. E' la misericordia colta nel suo fondamento biologico che la configura come non-razionale, esagerata, fuori del senso comune, addirittura “pazza”, secondo le espressioni dei mistici.

Il verbo splanchnízomai significa: avere viscere di compassione, provare commozione viscerale, misericordia e tenerezza; è lo stringersi del cuore alla vista di qualche miseria umana.

E' stato notato che questi termini sono poco frequenti nei Settanta, mentre invece ricorrono spesso nel Testamento dei Dodici Patriarchi dove tà splánchna diventa un tema fondamentale e indica la sede della misericordia. “Alla fine dei giorni si ha la rivelazione degli splánchna di Dio”, attraverso il Messia, definito come “ tò splánchnon Kyríou, misericordia del Signore”.

E' interessante notare che questo verbo si riferisce quasi sempre a Gesù o al Padre: caratterizza la misericordia messianica dinanzi all'uomo malato e peccatore, al popolo disperso senza pastore.

Nelle parabole il verbo è al centro del racconto ed imprime la svolta principale alla vicenda. Il padre del figlio prodigo, solo mosso dalla misericordia, va incontro al figlio ribelle, lo abbraccia, lo perdona e gli fa festa, e ciò in perfetto contrasto con il comportamento del fratello maggiore (cfr. Lc 15,20.28). Solo mosso dalla compassione il padrone condona tutto il debito, mentre il servo condonato non ha pietà del proprio compagno (cfr. Mt 18,27.33), attirandosi con ciò la propria condanna. Solo dopo aver sentito compassione nelle proprie viscere il buon samaritano presta soccorso all'uomo ferito, evitato da chi invece aveva mantenuto il cuore duro (cfr. Lc 10,33). 

Nella parte finale della lettera di Giacomo troviamo ben sottolineato tutto questo. “Siate dunque pazienti (macrothymésate = avere il respiro profondo, l'animo grande), fratelli, fino alla parusia del Signore”(5,7). Questa coraggiosa pazienza, continua la lettera, ci viene dall'attesa certa e fiduciosa del Signore. “Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione” (5,11).

La conseguenza per il discepolo è ovvia: “Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore (tà splánchna), come dimora in lui l'amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1 Gv 3,16-18; cfr. anche 1Pt 3,8-9).

 

 

Da questo excursus possiamo trarre alcune considerazioni. Ci troviamo davanti ad una ricchezza di termini che hanno avuto una lunga evoluzione e a volte non è facile precisarne l’esatto significato che, in ogni caso, va sempre collocato nel contesto specifico.

Le parole evocano spesso delle immagini che vanno messe insieme come tessere di un mosaico per “comporre” in qualche modo il volto di Dio. Ci troviamo davanti a Dio padre, madre, sposo, medico, buon samaritano, buon pastore, amico... E' chiaro che nessuna singola immagine e nemmeno tutte insieme esauriscono la descrizione di Dio. Forse proprio le viscere di misericordia costituiscono l'attributo più misterioso e qualificante la sua natura. In verità, scegliendo misericordiosamente Israele e rinnovando continuamente le alleanze fino a stabilire quella definitiva in Cristo, Dio si rivela come amore misericordioso. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

 

Se Dio è misericordioso, l'uomo è chiamato a ricevere con gratitudine la misericordia di cui ha profondamente bisogno perché limitato, malato, peccatore; ma è allo stesso tempo interpellato a diventare misericordioso col prossimo, col fratello, col nemico. Altrimenti non può entrare nel regno di questo Dio. La misericordia sollecita la profonda conversione dell'uomo.

(Per leggere tutto il testo click sul link sotto)

Leave a comment

You are commenting as guest.